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domenica 24 agosto 2014

Virus pilotato dietro l’epidemia Morto il medico che sapeva



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Esperimenti top secret. Un medico che sa troppo. Un aereo abbattuto per far tacere chi potrebbe avvertire i giornali. Un virus mutante sfuggito al controllo. C’è un «giallo» ricco di colpi di scena dietro l’epidemia di Ebola che ha infettato Sierra Leone, Liberia, Guinea e Nigeria e ora minaccia il mondo. Una lunga serie di strane coincidenze che partono da Kenema, il centro di ricerche dove lavorava Shiekh Humar Khan, il medico-eroe morto il 29 luglio scorso dopo essere stato contagiato dal virus. Khan dirigeva il laboratorio dove si effettuavano test sulla popolazione locale per scovare i nuovi casi. Laboratorio che ha una partnership con l’università Tulane di New Orleans, famosa per dipartimento di Malattie tropicali che effettua ricerche sull’Ebola. L’ospedale di Kenema collabora anche con l’Us Army Medical Research Institute of Infectious Disease, il settore delle forze armate americane che si occupa delle malattie infettive. Test e sperimentazioni, stando ai comunicati ufficiali, per trovare vaccini su febbre gialla e febbre di Lassa per immunizzare i soldati. Sperimentazione di bio-armi, nuovi virus da utilizzare in guerra, secondo la popolazione locale che ha assaltato il centro di Kenema perché tutti coloro che vi si recavano per lo screening di Ebola ne uscivano ammalati. Tanto che il Ministero della Sanità della Sierra Leone il 23 luglio scorso ha chiuso laboratorio e ospedale, ha trasferito i pazienti nel centro di trattamento di Kailahun e ha ordinato all’università Tulane di «fermare i test su Ebola». Quali test? Non viene spiegato. Il dicastero ha ordinato inoltre al Cdc, Center for Disease Control statunitense, di «inviare ufficialmente le conclusioni e raccomandazioni della valutazione del laboratorio di Kenema». Riguardo cosa non è chiarito. Che cosa si stava sperimentando?
Su una ricerca pubblicata a luglio dal Cdc e firmata da Humar Khan, Randall Schoepp, Cynthia Rossi, Augustine Goba e Joseph Fair è riportato che «l’Ebola virus che ha infettato la Sierra Leone potrebbe essere il risultato di un Bundibugyo virus o una variante genetica di Ebola». Il 31 luglio il presidente del piccolo paese africano Ernest Bai Koroma ha dichiarato lo stato di emergenza parlando della ricerca del dottor Khan e chiedendosi se la virulenza di Ebola sia stata ottenuta con una mutazione genetica. Perché il virus che porta la febbre emorragica nell’Africa esiste (e uccide) da secoli mantenendosi entro certi confini. Il primo agosto anche il direttore generale dell’Oms Margaret Chan ha cominciato a chiedersi se ci sia una mutazione di Ebola oppure un adattamento naturale del virus. Parlando di «variante fatta dall’uomo».
Quattordici giorni prima di questa dichiarazione è morto Glenn Thomas, esperto di Ebola e Aids dell’Oms. Era a bordo del volo MH 17 di Malaysia Airlines abbattuto da un missile. Il 17 luglio s’era imbarcato ad Amsterdam per andare ad un convegno a Melbourne, in Australia, dove pare dovesse annunciato notizie importanti. E, visto che era pure il portavoce dell’organizzazione incaricato a parlare con giornali e televisioni, c’è chi vede nell’abbattimento del Boeing 777 la soluzione trovata per fermare eventuali sue rivelazioni riguardo le sperimentazioni ad insaputa degli africani per realizzare vaccini e guadagni milionari con il diffondersi dell’epidemia. Sacrificando comunque altre 297 vite. «Tesi accattivante ma lontana dalla scienza», secondo Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto per la malattie infettive «Lazzaro Spallanzani» di Roma. «Le epidemie si verificano sistematicamente. Possono comparire quando meno ce lo aspettiamo». E per non essere colto di sorpresa il presidente degli Stati Uniti Barack Obama il 31 luglio ha cambiato con un ordine esecutivo l’elenco delle malattie per cui è necessaria la quarantena inserendo tutte quelle che si presentano con febbre e problemi respiratori e sono contagiose tanto da far rischiare la pandemia. Viene esclusa comunque l’influenza. Il virus mutante di Ebola sembra possa passare da uomo a uomo anche attraverso starnuti e non solo entrando in contatto con sangue, urine e fluidi corporei dei malati. Intanto la società californiana Mapp Biopharmaceuticals sta lavorando, insieme alla canadese Defyrur, allo ZMapp, cocktail di antibiotici per curare l’Ebola. Il 14 gennaio scorso Tekmira, che ha un contratto da 140 milioni di dollari con il Dipartimento Usa della Difesa, aveva annunciato la sperimentazione di vaccini sull’uomo.

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sabato 23 agosto 2014

Il giudice: sì alla cura Di Bella. Lo dimostra lo IEO.È ancora un giudice a pronunciarsi sulla libertà di cura. Ed è ancora un dibattimento in tribunale a garantire a un malato di tumore il rispetto degli articoli 3 e 32 della Costituzione italiana, quelli che parlano di uguaglianza e di diritto alle cure gratuite a chi non può permettersele

È ancora un giudice a pronunciarsi sulla libertà di cura. Ed è ancora un dibattimento in tribunale a garantire a un malato di tumore il rispetto degli articoli 3 e 32 della Costituzione italiana, quelli che parlano di uguaglianza e di diritto alle cure gratuite a chi non può permettersele.

È del 16 luglio la prima pronuncia calabrese a favore di un malato di cancro in cura con la terapia Di Bella. Provvedimenti simili si sono avuti a macchia di leopardo in molte regioni italiane, Puglia e Sicilia soprattutto, ma anche Lazio, Emilia Romagna e, ora, arriva anche la Calabria.

Si tratta di una sentenza di secondo grado, immediatamente esecutiva, a favore di Andrea A., trentanovenne cosentino, colpito da carcinoma squamo cellulare rinofaringeo, un tumore che intacca naso e gola e che non si può rimuovere chirurgicamente.

La diagnosi risale all’ aprile del 2011. Il tempo di documentarsi, di consultare i vari specialisti e, nell’ ottobre dello stesso anno, Andrea comincia, a proprie spese, la cura Di Bella.

Il 6 giugno scorso, l’avvocato di Andrea presenta ricorso al tribunale di Cosenza per ottenere il rimborso della terapia ma l’istanza è subito rigettata. Come motivazione il giudice adduce ” l’esito negativo della sperimentazione del 1998″ .

Seguito dallo studio legale Coppa, esperto in responsabilità medica, Andrea non smette di reclamare il suo diritto a curarsi con la terapia prescelta: “Avevo scartato la radioterapia – che pure mi sarebbe stata pagata dal servizio sanitario – per via degli effetti collaterali decisamente pesanti. Mi sarei ritrovato senza salivazione, con difficoltà a deglutire, con infiammazioni delle mucose e soprattutto avrei avuto danni irreversibili ai muscoli della masticazione”.

Negli incartamenti presentati in appello dall’avvocato Massimiliano Coppa c’è l’esito di esami clinici fatti all’Istituto europeo di oncologia di Milano. Risonanza magnetica e tac attestano la regressione del male: dal momento della diagnosi, aprile 2011 al novembre dello stesso anno, la stadiazione del tumore è passata dal T2 iniziale
al T1. Il referto è firmato dallo specialista dell’Unità neoplastica del cavo orale dello Ieo, Roberto Bruschini.

“Un professionista per bene – lo definisce Andrea A. – Bruschini sapeva che stavo seguendo il metodo Di Bella, non mi ha mai detto nulla di sgradevole, anzi, ha espresso soddisfazione per i risultati”. Andrea ha rifiutato anche la chemioterapia “poichè non mi avrebbero prospettato una riduzione del carcinoma”.

Fra i cavalli di battaglia dell’avvocato Coppa, oltre al referto dello Ieo, l’articolo 3 della Costituzione italiana che stigmatizza la disparità di trattamento ” fra pazienti benestanti e non benestanti” poichè Andrea A. non avrebbe potuto affrontare i costi di una terapia di tasca propria.

Nella sentenza si legge: “Visto che dai documenti emerge una risposta positiva al seguente trattamento, visto che la malattia è regredita, il trattamento in questione è da ritenersi determinante per la sopravvivenza del paziente, si ritiene anche che una sua interruzione comporti effetti non rimediabili”.

Così, a colpi di giurisprudenza, continua l’eterna storia dei malati di tumore che scelgono di curarsi con il metodo dello scienziato siciliano Luigi Di Bella, nato il 17 luglio di cento anni fa. La terapia, ufficialmente bocciata dal ministero nel 1998, e ufficiosamente seguita da molti pazienti, ora riceve un implicito riconoscimento anche dallo Ieo.

A voler ricordare non è la prima volta che lo Ieo dimostra “implicita” riconoscenza al metodo Di Bella. Il farmaco cardine della terapia dibelliana, la somatostatina, che Di Bella usa per frenare la crescita e l’angiogensi dei tumori è utilizzata allo Ieo come vettore di altre molecole, nella radioterapia. E nello stesso anno che decretò il fallimento della cura Di Bella, il 1998, Giuseppe Pelicci, oncologo Ieo, meritò il premio Venosta per aver indicato “una nuova strada terapeutica” nella cura della leucemia acuta promielocitica

usando l’acido retinoico, una delle molecole dibelliane.

Gioia Locati
Blog de "Il Giornale" 02/08/2012
http://blog.ilgiornale.it/locati/2012/08/02/il-giudice-si-alla-cura-di-bella-lo-dimostra-lo-ieo/

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Le menzogne di Big Pharma


di Marco Pizzuti e Chiara Collizzolli
Big Pharma è il cartello che riunisce in se tutte le più grandi multinazionali del farmaco, ovvero la potentissima lobby che detiene il monopolio delle cure sulla nostra salute. Ciò premesso, sono proprio le malattie che affliggono la popolazione, soprattutto quelle più terribili a costituire la fonte dei suoi guadagni. Per Big Pharma quindi le malattie croniche rappresentano una vera manna dal cielo poiché come noto lo scopo dichiarato delle Corporations non è aiutare il prossimo ma incassare guadagni. Di conseguenza, per le multinazionali produrre un farmaco a basso costo che sia realmente efficace in modo definitivo non si rivela mai un buon investimento. Il massimo profitto infatti lo realizza vendendo medicine che presentano molti effetti collaterali (ovvero che migliorano una patologia creandone altre nello stesso tempo) e pochi (o nessuno) benefici reali. In tale ordine di idee tutti i prodotti naturali non brevettabili che possiedono eccellenti proprietà terapeutiche senza avere al contempo pericolose controindicazioni non divengono mai oggetto di studio e sono anzi annoverabili come i peggiori nemici dell’industria farmaceutica. E pur se in linea teorica un farmaco diviene vendibile solo allorché efficace, sta di fatto che le grandi case farmaceutiche hanno a disposizione molti modi per far credere che sia utile o necessario anche quando non lo è affatto. Uno di questi è la vivisezione, una pratica scandalosa ancora oggi molto utilizzata grazie all’omertà garantita da mass-media e istituzioni alla potentissima lobby del farmaco. Ciononostante, ormai i tempi sono maturi per aprire finalmente il sipario sulle crudeltà, il cinismo e le menzogne di quella che possiamo legittimamente definire l’industria del male.
La propaganda di Big Pharma sulla vivisezione
Un ricercatore scientifico particolarmente esperto in materia, il dottor Massimo Tettamanti (nota 1), scrive: “Non so se per egoismo, pavidità o incoscienza, ma molte persone, pur non sapendo nulla sull’argomento, continuano a ripetere frasi come: “…non si può fare a meno della vivisezione perché è necessaria per alleviare i mali fisici dell’uomo…altrimenti come si testerebbero i farmaci e altri prodotti?”. Chiunque altro può fare la stessa identica esperienza semplicemente provando ad interrogare più persone diverse sull’utilità di questo tipo di sperimentazione. La quasi totalità degli interpellati pur riconoscendo che la vivisezione è una pratica terribile, ne dichiarerà la necessità nel timore infondato di ritrovarsi senza medicine. Tale tipo di opinione è il risultato della propaganda di Big Pharma, ovvero esattamente ciò che quest’ultima vuole farci credere. Le masse infatti, a causa della costante disinformazione che circonda l’argomento ignorano quasi completamente i disastri causati dalla farmacologia moderna come ignorano il fatto che molti autorevoli scienziati cominciano a denunciare apertamente l’inutilità, se non addirittura la pericolosità della stragrande maggioranza delle “medicine” approvate attraverso l’uso della vivisezione. Ad ammetterlo troviamo perfino il Prof. Silvio Garattini, il celebre scienziato farmacologo che da anni sostiene a spada tratta la validità della vivisezione e che dirige l’Istituto Mario Negri di Milano. Ecco infatti cosa ha dichiarato pubblicamente il 30 ottobre 2005 sul quotidiano Il Messaggero (pag.13) sotto l’incalzare delle domande del giornalista Roberto Gervaso:
Davvero i farmaci utili NON sono più di una decina? Nella pratica clinica corrente sono qualche decina.
E in quella specializzata? Probabilmente poco più di un centinaio.
Quali? Farmaci cardiovascolari, per il sistema nervoso centrale, gastrointestinali ed antibiotici.
I farmaci ETICI di più largo consumo? Gli stessi.
I farmaci più “salvifici”? I vaccini.
Quelli di cui più si abusa? Gli psicofarmaci.
Quelli che producono più effetti collaterali? Gli antitumorali.
I farmaci più innovativi? Molto pochi.
Come verificarli? A distanza di tempo.
Sono in aumento o in diminuzione? In continua diminuzione. Negli USA, in undici anni, dal 1992 al 2003, sono passati da 30 a 11.
Perché i farmaci antitumorali sono cosi tossici? Poiché non agiscono solo sulle cellule tumorali, ma anche su quelle dei tessuti normali.
I rischi degli analgesici? I danni renali.
Degli antinfiammatori? I danni renali e il sanguinamento gastrointestinale.
I farmaci più allergenici? Dipende dalla sensibilità individuale.
Gli integratori minerali e vitaminici integrano davvero? Integrano il bilancio delle aziende produttrici.
I farmaci da banco che più facilmente inducono l’effetto placebo? Gli integratori alimentari.
Quante pillole si consumano ogni anno in Italia? 1,5 miliardi di confezioni. Più un numero imprecisato di prodotti della medicina alternativa.
In media quanti farmaci, attivi o inutili, assume ogni italiano? CIRCA 26 CONFEZIONI L’ANNO. IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE SPENDE 42 MILIONI DI EURO AL GIORNO.
E quanti sono i pazienti? 15 milioni.
Perché i medici di base prescrivono con tanta facilità farmaci etici? È PIÙ FACILE PRESCRIVERE CHE IMPIEGARE TEMPO PER ASCOLTARE I PAZIENTI.
I farmaci costano troppo o il giusto? TROPPO.
Da questo estratto dell’intervista apprendiamo quindi che il farmaco solo in Italia rappresenta un enorme business da 42 milioni di euro al giorno e che su circa 8500 farmaci disponibili sul mercato italiano solo un centinaio sono realmente efficaci! Se quindi, per stessa ammissione di uno dei massimi esperti italiani della vivisezione la stragrande maggioranza dei farmaci approvati dal ministero della sanità con lo strumento della vivisezione è assolutamente inutile, ciò significa che i test condotti sugli animali non offrono alcuna reale garanzia di efficacia sull’uomo. Di conseguenza la vivisezione serve solo ad assicurare l’approvazione e la vendita di enormi quantitativi di nuovi farmaci inutili e dannosi, in altre parole a ingrassare le tasche di Big Pharma sulla nostra pelle e su quella degli animali. In realtà infatti i metodi di ricerca alternativi alla vivisezione non solo esistono ma funzionano anche assai meglio di quest’ultima nel senso che offrono maggiori garanzie di efficacia sull’uomo. La lobby del farmaco però, non avendo alcun reale interesse per la salute pubblica si guarda bene dall’utilizzare le tecnologie di sperimentazione di ultima generazione poiché sa bene che il loro uso ridurrebbe drasticamente i suoi guadagni. Ciò premesso, la vivisezione non solo si rivela essere inutile e crudele, ma paradossalmente è anche molto costosa: mantenere gli stabulari (allevamenti per scopi scientifici) costa parecchio e solo per fare un esempio un Beagle da laboratorio (cane di piccola taglia) viene pagato mediamente 400-500 euro. Considerando poi che solo in Italia vengono impiegati (per non dire torturati e massacrati) in sperimentazione, circa tre milioni di animali da laboratorio (è vietato servirsi di cani e gatti randagi in base al dlg 116/92), non è difficile fare i conti in tasca a Big Pharma. Del resto mantenere alti i costi della ricerca ha un fine ben preciso, monopolizzare la produzione dei farmaci nelle mani delle grandi Corporations, le uniche che possono sostenere simili spese. Pertanto, è utile ribadire che il solo reale motivo per cui viene ancora utilizzato uno strumento così barbaro e primitivo come la vivisezione è che quest’ultima permette di arrivare all’approvazione legale di costosi o costosissimi farmaci inutili. Per tale ragione si tratta di uno degli argomento tabù meglio censurati dai grandi canali d’informazione che non intendono pestare i piedi a una lobby così potente. E per avere un’idea più precisa di quanto può essere influente Big Pharma sulla politica (ricchezza=potere) basti ricordare che l’industria farmaceutica, secondo la classifica stilata dall’autorevole rivista specializzata Forbes, troneggia insieme al settore petrolifero ai primi posti nel gotha delle Corporations più lucrose del mondo.
La vivisezione come mero strumento di lucro
Per mantenere i suoi profitti a livelli vertiginosi il cartello delle case farmaceutiche sforna ogni anno nuove “medicine” coperte da brevetto che poi vengono acquistate a peso d’oro sia dalla sanità pubblica che dai privati cittadini dietro prescrizione medica! Come già anticipato infatti, se venissero adottati i nuovi metodi scientifici sostitutivi della vivisezione, la maggior parte di questi prodotti farmaceutici non potrebbero essere brevettati, poiché risulterebbe chiaramente tutta la loro nocività. L’utilizzo di animali da laboratorio invece (in quanto molto più resistenti dell’uomo sotto molti aspetti), fornisce fin troppo spesso risultati ambigui e inattendibili che poi sono facilmente interpretabili e manipolabili a piacimento. Negli anni ’60 ad esempio vennero pubblicati numerosi studi epidemiologici che comprovavano la responsabilità del fumo di sigaretta nel provocare il cancro. In risposta alle prime accuse di tossicità del tabacco la Philip Morris assoldò alcuni scienziati compiacenti e finanziò un apposito studio teso ad accertare il contrario. Centinaia di cani Beagle vennero così costretti ad inalare fumo di sigaretta forzatamente e ininterrottamente per numerose ore al giorno con l’ausilio di appositi respiratori. Poiché evidentemente i polmoni dei poveri animali in questione erano molto più resistenti di quelli umani i loro polmoni non risultarono particolarmente compromessi e ciò permise alle multinazionali del tabacco di annunciare trionfalmente ai quattro venti la dimostrazione scientifica che il fumo non nuoceva alla salute! Di conseguenza la gente continuò a fumare ignara (e a morire di cancro) fino all’inizio degli anni ’90, periodo in cui la lobby del tabacco venne travolta da numerosi scandali a catena che portarono alla luce la verità. D’altra parte tali considerazioni scientifiche contro la vivisezione trovano conforto persino nella nostra esperienza comune riguardo alla salute degli animali domestici. Chiunque abbia un cane o un gatto sa bene infatti quanto questi ultimi siano molto più resistenti di noi alle infezioni, come non contraggano moltissime delle malattie umane e come siano in grado di nutrirsi di cose che manderebbero un essere umano all’altro mondo. Per non parlare poi dei topi che riescono ad adattarsi ad ambienti come uno scolo fognario…!
Dalle cavie animali alle cavie umane del Terzo Mondo
I risultati ottenuti con la sperimentazione animale sono talmente ambigui che per avere almeno una parvenza di validità scientifica necessitano sempre di ulteriori test sugli uomini, quella che in gergo scientifico viene definita “fase clinica”. Oggi l’ingrato compito di effettuare questi ultimi viene dato da Big Pharma in appalto ad altre società (le famigerate CRO, acronimo per Contract Research Society) che li svolgono nel Terzo Mondo. La scelta del luogo ovviamente non è casuale poiché si tratta di paesi dove i “medici” senza scrupoli trovano facilmente delle cavie umane disposte a firmare loro tutte le autorizzazioni necessarie a condurre i test in cambio di pochi spiccioli. Questo modo di agire di Big Pharma, totalmente ignorato dalle masse è stato descritto persino nel recente film The constant gardener (tratto da un romanzo di John Le Carré), un’opera cinematografica del 2005 la cui trama è fortemente ispirata alla realtà dei fatti. I risultati definitivi della sperimentazione condotta sui popoli più disgraziati della Terra al di fuori di qualsiasi serio controllo esterno vengono poi abbondantemente manipolati per rendere possibile la commercializzazione di farmaci che spesso costituiscono vere e proprie minacce alla salute. Grazie a tale modus operandi ogni volta che scoppia uno scandalo e migliaia di persone muoiono a causa di qualche medicina killer (vedi il caso del Vioxx o del Lipobay, come di moltissimi altri), le industrie farmaceutiche si trincerano dietro alla dichiarazione che “erano stati fatti tutti i test necessari prescritti dalla legge”.
Il contributo delle associazioni animaliste
Denunciare tutto ciò oggi è possibile grazie anche al coraggioso attivismo dei movimenti animalisti più agguerriti che stanno cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica su questa pratica criminale che consente a Big Pharma di trasformare legalmente dei veleni in farmaci (nota 4). Di recente per esempio le associazioni animaliste sono riuscite a far chiudere il famigerato allevamento di cani beagles da vivisezione del Morini di San Polo d’Enza. Il 24 aprile 2010 invece le proteste si sono concentrate contro la ditta “Green Hill” di Montichiari (BS), un altro lager italiano per 2500 cani beagles da destinare alla vivisezione: di queste sfortunate creature, allevate in box di pochi metri quadrati illuminati esclusivamente con la luce artificiale dei neon ne partono circa 250 alla settimana per andare incontro ad atroci e inutili sofferenze che cesseranno solo con la loro morte nei laboratori. Ciononostante Green Hill ha chiesto al comune di Montichiari il permesso per raddoppiare il proprio allevamento e divenire così uno dei maggiori centri di approvvigionamento europeo delle cavie animali.
Note
1) Marcia Angell, Farma&Co. Industria farmaceutica: storie straordinarie di ordinaria corruzione, Il Saggiatore, 2006.
2) Vivisezione o scienza, Pietro Croce, Edagricole Calderini, 2000.
Numerose e ripetute nel tempo sono le dichiarazioni degli scienziati sull’inaffidabilità della sperimentazione animale. A titolo esemplificativo possiamo citarne alcune particolarmente eclatanti:
“La possibilità di utilizzare per l’uomo i dati ottenuti con gli esperimenti su animali ha perso negli ultimi anni gran parte della credibilità che vantava sotto forma dogmatica nel secolo scorso. La revisione scientifica ha sancito l’inattendibilità della sperimentazione su animali per l’uomo”. P. Sandercocke I. Roberts, Lancet 2002.
Analoghe considerazioni sono state fatte, alla fine del secolo scorso, anche dal professor Umberto Veronesi: “Gran parte delle ricerche sul cancro…è stata svolta su animali da laboratorio. Si sperava di ottenere un modello sperimentale che riproducesse nell’animale le condizioni di sviluppo dei tumori umani e quindi di trasferire all’uomo i risultati ottenuti. Ma intorno agli anni sessanta ci si è resi conto che questa seducente ipotesi di lavoro non era realizzabile. I tumori dei topi, dei ratti, dei polli, o delle cavie sono sostanzialmente diversi da quelli dell’uomo; diverso è il loro modo di formarsi, di accrescersi, di metastatizzare. Perciò, nonostante l’enorme mole di informazioni apprese, l’utilizzazione in campo umano era trascurabile. Era dunque necessario trasferire le ricerche direttamente sui tumori dell’uomo…”. Affermazione riportata in Cancro: un male evitabile, G. Tamino, ed. Cosmopolis, 2006.
“I rischi di tumore determinati da sostanze tossiche si studiano con esperimenti su topi e ratti, e il 42% delle sostanze finora esaminate si è rivelato positivo nel topo e negativo nel ratto, oppure il contrario. Quindi se due animali strettamente imparentati e di vita breve come il topo e il ratto forniscono risposte completamente diverse, se ne deve dedurre che la trasposizione dei risultati all’uomo è estremamente opinabile”. Affermazione di Bruce N. Ames, Presidente della Facoltà di Biochimica dell’Università di California, 1987.
3“Test di cancerogenicità condotti nel topo e nel ratto forniscono talvolta risultati contrastanti nelle due specie. Perciò si suppone che l’organismo umano possa mostrare risultati differenti da quelli di organismi da esperimento. In secondo luogo, se ci sono prove che un composto sia mutageno (ed eventualmente cancerogeno) anche nell’uomo, non è detto che la potenza del composto, dosata su animali, sia la stessa nell’uomo. Per questo motivo i dati estrapolati dagli animali. ad esempio la valutazione del rischio di cancerogenicità, sono da considerarsi indicazioni molto grossolane. Solo l’osservazione sull’uomo può fornire indicazioni sicure per la valutazione e la prevenzione del rischio umano”. Trattato di genetica UTET (autori: Curtoni, Dallapiccola, De Marchi, Mattinz, Momigliano Richiardi e Piazza, 1991).
“Anche quando un composto è cancerogeno sia nell’uomo che in una specie animale, la sua cancerogenicità può manifestarsi in modi e parti del corpo diversi. La benzedrina, per esempio, causa tumore alla vescica negli umani, tumore al fegato nei criceti e tumori alle orecchie nei ratti”. Cancro: un male evitabile G. Tamino, ed. Cosmopolis, 2006.
“…uno studio sulla nutrizione, della durata dell’intera vita, su ratti e topi, sembra avere meno del 50% di probabilità di rintracciare cancerogeni umani noti. Sulla base della teoria della probabilità , sarebbe stato meglio lanciare in aria una moneta”. David Salsburg The Lifetime Feeding Study in Mice and Rats – An Examination of Its Validity as a Bioassay for Human Carcinogens, Oxford University Press 1983.
“I cancri provocati mediante impianto o iniezione nell’animale non possono in nessun caso, né per la causa né per l’effetto, essere paragonati a quelli dell’uomo”. Dichiarazione rilasciata nel 1986 dal professor Iain F.H. Purchase, presidente della British Toxicology Society e vincitore nel 2004 del premio IUT, International Union Of Toxicology.
“I cancri da laboratorio non hanno nulla a che vedere con quelli naturali dell’uomo. Le cellule tumorali umane non sono estranee all’organismo che le ospita. Il cancro umano differisce profondamente dai tumori artificiali provocati dagli esperimenti nei laboratori”. Dichiarazione rilasciata dal famoso virologo Albert Sabin in occasione di una conferenza tenuta nel giugno 1978 a Napoli.
4) “In molti casi sono stati innestati nei topi, per studiare possibili medicinali anticancro, tumori umani, ma il risultato è stato quello di ottenere farmaci efficaci a guarire i topi ma non l’uomo”. T. Gura. Science. 1997).

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martedì 19 agosto 2014

Tg Regionale in Sardegna approfondisce e ammette il problema Scie Chimiche


Era impossibile pensare ad un totale silenzio dei Media Nazionali riguardo al problema della Geo-Ingegneria Clandestina meglio conosciuta col nome SCIE CHIMICHE.
Ha infatti sempre più forza la Voce di tutte quelle persone che, alzando la testa al cielo, si stanno rendendo conto dello scempio provocato dalle irrorazioni di sostanze sconosciute da parte di aerei militari e non.
Non a caso il telegiornale che ha voluto dedicare ben 10 MINUTI a questo problema è Sardo. Chi da anni si occupa di geo-ingegneria clandestina sa benissimo che la Sardegna è fra le regioni, se non la regione più devastata da questo fenomeno.
Sono tante le ipotesi che motivano l’importanza di questa terra in un contesto di manipolazione climatica:
1) La forte presenza di basi Nato;
2) La posizione strategica al centro del Mediterraneo;
3) Uno snodo cruciale per il collegamento di gasdotti tra l’Africa e l’Europa Continentale;
4) Vasti territori densamente poco popolati e quindi adatti ad esperimenti militari di ogni tipo;
Ricordiamo benissimo la recente alluvione “LAMPO” o “BOMBA D’ACQUA” (come molti tg hanno chiamato) che ha colpito le regioni del Centro Sardegna, una cataclisma avvenuto in circostanze abbastanza anomale e sospette: troppa la pioggia caduta in pochissime ore e troppo mirata la potenza di questa perturbazione ( dalle immagini satellitari si nota una traiettoria “quasi comandata” delle nuvole).
Ed è proprio in seguito queste anomalie che il maggior esperto in Italia di Scie Chimiche e Geo-Ingegneria Clandestin aRosario Marcianò lancia queste accuse: “ l’Alluvione in Sardegna non ha nessun origine naturale, è un fenomeno palesemente provocato in modo artificiale, la forte irrorazione di scie chimiche nei cieli sardi dei giorni precedenti è servita come PREPARAZIONE ALLA CATASTROFE.” (Alluvione in Sardegna, l’ennesima coincidenza?)
Ritornando ai dieci minuti che il tg sardo dedica all’argomento notiamo subito che finalmente l’argomento viene esposto in maniera SERIA ED OBBIETTIVA, e non deriso e ridicolizzato come tantissimi Tg e programmi nazionali fanno..insomma non viene etichettato come “ROBA DA COMPLOTTISTI” da affiancare ad Ufo e BigFoot.
L’Argomento Scie Chimiche è drammaticamente serio e sempre più gente sti sta interessando ad esso, i Media hanno capito che la bolla di Disnformazione sta per scoppiare e questo grazie all’attivismo testardo e costante di alcune persone. Fra di loro qualcuno ha anche perso la vita come Franco Caddeo: Il primo uomo in Italia ad occuparsi attivamente del pericolo delle scie chimiche, è scomparso nelle acque della sua amata Sardegna il 28 agosto 2009. Non risultano siano state condotte indagini accurate su questo caso inquietante. Un mistero mai chiarito. Soltanto un trafiletto sul giornale locale. Franco Caddeo aveva preso il largo a Putzu Idu, con il gommone in un giorno tranquillo, col mare calma piatta. E non è più tornato dai suoi cari, dalle sue figlie Stefania e Valeria, dalla sua famiglia (fonte e articolo completo qui).
Ecco il Video dei 10 Minuti che Il Tg Sardo Videolina dedica alle Scie Chimiche

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lunedì 11 agosto 2014

Australia: multinazionale farmaceutica autorizzata a irrorare un agente patogeno del colera geneticamente modificato


Australia:  multinazionale farmaceutica autorizzata a irrorare  un agente patogeno del colera geneticamente modificato
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Sconvolgente notizia dall’Australia: una nota multinazionale farmaceutica è stata autorizzata a irrorare due terzi del territorio australiano con un agente patogeno del colera geneticamente modificato.
Una inquietante notizia ci è arrivata dall’Australia, dove pare che sia imminente un’operazione di vaccinazione di massa della popolazione per mezzo di aerei.
Lo scorso 4 Dicembre i media australiani hanno infatti annunciato che la PaxVax, una nota industria farmaceutica specializzata nello studio e nella produzione di vaccini e avente sede legale a Menlo Park in California, ha richiesto ed ottenuto dal Department of Health Office of the Gene Technology Regulator (il dipartimento sanitario australiano preposto alle tecnologie geniche) di poter eseguire una sperimentazione su larga scala, una sorta di “immunizzazione di massa”, come i giornali l’hanno definita, mediante l’utilizzo di aerei equipaggiati con tecnologie di aerosol. Scopo ufficiale e dichiarato di questa operazione è la sperimentazione di un vaccino contenente il batterio del colera geneticamente modificato, un vaccino che sarebbe finalizzato quindi a combattere il colera.
Il Vibrio Cholerae è l’agente eziologico della gastroenterite nota come Colera, una patologia solitamente legata al consumo di acqua contaminata. Esso si trova generalmente in ambienti acquatici nelle zone tropicali e pare che sia stato isolato in alcune aree dell’Australia del Nord. Eppure questa operazione non riguarderà le limitare aree in cui tale agente patogeno è stato rilevato, ma interesserà gli interi stati del Queensland, del South Australia, del Victoria e della Western Australia, vale a dire oltre i due terzi dell’immenso territorio australiano. Resterebbero infatti esclusi dalla sperimentazione soltanto gli stati del New South Wales e i Territori del Nord, curiosamente proprio quelli dove il Vibrio Cholerae sarebbe stato individuato.
Il test avrà la durata di un anno e la stampa australiana rassicura la popolazione dichiarando che la PaxVax garantirà un certo numero di misure di controllo “per limitare la diffusione e la persistenza del vaccino transgenico al fine di non danneggiare la flora e la fauna delle aree interessate”.
Sembra fantascienza, ma purtroppo non lo è. Si tratta di una inquietante ed allarmante realtà.
Mi chiedo come sia possibile che le autorità politiche e sanitarie australiane abbiano concesso ad una multinazionale farmaceutica privata, per di più statunitense, di poter testare un vaccino “geneticamente modificato” su oltre due terzi del territorio australiano e con l’impiego di mezzi aerei.
Milioni di persone saranno esposte a questo agente patogeno geneticamente modificato che verrà irrorato dal cielo e che si depositerà ovunque, venendo assorbito anche dagli animali e dalla vegetazione e penetrando nelle falde acquifere.
Come rileva il sito Beforeitnews.com, già in passato negli Stati Uniti ed altrove sono state condotte svariate campagne per vaccinare il bestiame tramite la dispersione di involucri contenenti il “prodotto” che venivano dispersi da aerei. Ma in quei casi anche la popolazione fu “vaccinata” a sua insaputa. Questa volta invece pare che sia proprio la popolazione il vero obiettivo di questa “vaccinazione forzata”.
Sappiamo bene che, mediante l’irrorazione aerea, vengono costantemente diffuse da anni nei nostri cieli sostanze tossiche altamente inquinanti e metalli pesanti, e che questo avviene con la consapevole complicità delle nostre autorità politiche e sanitarie, che ne sono perfettamente al corrente e che fanno di tutto per nasconderlo all’opinione pubblica e ai mezzi di informazione. Temo quindi che, con la scusa dell’irrorazione per via aerea di presunti vaccini sperimentali, si stia tentando di dare una parvenza di legittimità alla dispersione aerea di qualsiasi altra sostanza, dal momento che questo intenso traffico aereo (formalmente non autorizzato) è ormai sotto gli occhi di tutti. Già nel 2006, in uno studio realizzato per la Yale School of Public Health da Michael Greenwood, intitolato “L’irrorazione aerea riduce efficacemente l’incidenza del virus del Nilo Occidentale tra gli esseri umani”, si tentava di convincere l’opinione pubblica dei presunti benefici a fini sanitari delle tecniche di aerosol. In questo studio infatti si affermava (sempre in relazione al virus del Nilo Occidentale) che “l’incidenza della malattia può essere significativamente contenuta attraverso lo spargimento aereo (sic!) di appositi antidoti su vasta scala”.
L’operazione in atto in Australia appare ancora più inquietante se si va a vedere che cos’è la PaxVax, una potente multinazionale farmaceutica che ha tratto enormi profitti negli ultimi anni dalla creazione e dalla commercializzazione dei vaccini per l’influenza aviaria e per altre presunte pandemie. Nella home page del suo sito si legge infatti quanto segue:
“PaxVax is a privately held, fully integrated vaccine company, based in Menlo Park, California, USA. Established in 2007, in response to the global threat of the H5N1 pandemic, our founders set out to develop and commercialize an innovative vaccine technology in a socially responsible manner for global impact. Our founding principles were to enable geographically distributed manufacturing of affordable, self-administered oral vaccines against infectious diseases such as influenza. Since then, we have expanded our capabilities and technologies to address unmet vaccine needs against endemic diseases in developing countries, for travelers to disease-laden areas and in biodefense. Our clinical stage portfolio today includes vaccine candidates for Cholera, Avian Influenza (H5N1), Anthrax, and HIV.”
Nicola Bizzi

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