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domenica 4 settembre 2016

L’OMS abbassa i “livelli normali” del colesterolo da 190 a 100. Big Pharma ringrazia! Pensateci: quanti farmaci Vi rifileranno in più?!?!

colesterolo

L’OMS abbassa i “livelli normali” del colesterolo da 190 a 100. Big Pharma ringrazia! Pensateci: quanti farmaci Vi rifileranno in più?!?!


L’OMS abbassa i “livelli normali” del colesterolo da 190 a 100. Big Pharma ringrazia! Pensateci: quanti farmaci Vi rifileranno in più?!?!
Ricapitoliamo: praticamente dimezzata la soglia di sicurezza per il colesterolo.
Eppure siamo sopravvissuti alle precedenti soglie (già più volte ritoccate).
Ora, come diceva uno, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, era veramente necessario? E posso capire un ritocco, ma dimezzarle. Significa che oggi, da un giorno all’altro, 9 Italiani su 10 hanno il colesterolo alto!!
Dicevamo, a pensar male etc… Ma chi ci guadagna?
Beh, per le Big Pharma è molto più di un 6 al superenalotto.
Vi rendete conto di quanto ci potranno lucrare?
…a noi qualche dubbio ci viene…

Colesterolo cattivo: scende da 190 a 100 la soglia di allarme

Parla Diego Ardissino, direttore della Cardiologia dell’Azienda ospedaliero universitaria di Parma

Nuovo limite di allerta per il colesterolo cattivo (Ldl): non deve superare i 100 milligrammi per decilitro, secondo le linee guida emanate dalla Società europea di cardiologia (Esc), presentate in questi giorni al congresso internazionale in corso a Roma, che riunisce oltre 31 mila cardiologi provenienti da tutto il mondo.
Un limite che può scendere addirittura ai 70 milligrammi per decilitro quando il paziente è ad alto rischio di incorrere in infarto o ictus per altri fattori predisponenti.
Soglia dimezzata
Ma come si è giunti repentinamente a quasi un dimezzamento della soglia che impone una presa in carico del «problema» da parte del medico?
«Sono attualmente allo studio dei nuovi farmaci, a base di anticorpi monoclonali, in grado di ridurre drasticamente la quota del colesterolo cosiddetto “cattivo”. Anticipando la loro uscita, si sta preparando nell’opinione pubblica un clima che predisponga ad una nuova sensibilità su questo campanello di allarme per gravi eventi cardiovascolari» spiega Diego Ardissino, direttore della Cardiologia dell’Azienda ospedaliero universitaria di Parma.
«Ma per ora possiamo solo parlare di speranza, almeno fino a marzo 2017, quando avremo le prime evidenze scientifiche degli studi – sottolinea lo specialista, che invita alla cautela – Intanto le terapie attuali o l’adozione di un sano stile di vita non riescono ad ottenere i risultati attesi dalle sperimentazioni dei nuovi farmaci in corso».
Il ruolo dei geni
La genetica medica ha infatti rilevato che molto spesso alla base del colesterolo alto c’è un difetto di alcuni geni, che aumenta del 15 per cento la possibilità di essere colpiti da un evento cardiovascolare. Su questa «ipercolesterolemia familiare», che si può presentare anche nei bambini, la corretta alimentazione e l’attività fisica costante non riescono a sortire gli effetti desiderati.
«In questo caso l’intervento farmacologico è l’unica soluzione, ma la terapia oggi a disposizione è quella a base di statine, che comporta però alcuni effetti collaterali non sottovalutabili», spiega Ardissino. Insomma non potendo contrastare il problema con efficacia, il limite accettabile del colesterolo Ldl era stato mantenuto più alto (190) per sottoporre alle cure con statine i soli casi più a rischio, mentre si educava la popolazione alla prevenzione mediante l’adozione di un corretto stile di vita.
Le statine
Per comprendere quanto sta accadendo bisogna partire dagli anni Novanta, quando l’introduzione delle terapie a base di statine consentì di abbassare il colesterolo Ldl, riducendo il rischio cardiovascolare del 40 per cento. Ma la dose di questi farmaci non poteva essere aumentata a causa di alcuni effetti collaterali che, se gli studi confermeranno i risultati attesi, non si verificherebbero con gli anticorpi monoclonali.
L’approccio verso il paziente
«Nella riflessione su questa importante speranza terapeutica, non dimentichiamo la differenza tra l’emanazione delle linee guida che valgono per tutta la popolazione e l’approccio che lo specialista rivolge ad ogni singolo paziente, in base alla sua storia, alle condizioni di salute e allo stile di vita», conclude lo specialista.


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Pasta Italiana prodotta col grano di Hong Kong, e agricoltori Italiani che falliscono!

pasta

La pasta, alimento simbolo del made in Italy è sempre meno tricolore.Anche se prodotta in italia è fatta con grano straniero.Lo stesso vale per il pane. Agricoltori in ginocchio.

Nei principali porti italiani arriva grano a bassissimo costo dal Marocco, dal Canada, dall’ Argentina, da Hong Kong, da Singapore pronto ad invadere il mercato italiano.
Infatti da luglio 2015 ad oggi il grano ha perso circa il 35% del suo valore passando dai 34€ al quintale a 25 €. Considerando che, in Italia il costo di produzione per un quintale di grano è proprio di 25€, il guadagno effettivo dei produttori cerealicoli italiani è pressochè nullo.
Se da un lato però il prezzo del grano si è abbassato notevolmente, quello della pasta e del pane ha fatto registrare addirittura rialzi. Coldiretti ha infatti calcolato che il ricarico tra grano duro e pasta è di circa il 400%, e il ricarico tra grano tenero e pane sfiora addirittura il 1000%.
In queste condizioni, se si continua di questo passo, il prodotto made in Italy è destinato a sparire da questo paese, a favore di un prodotto straniero, o creato con materie prime straniere decisamente di bassa qualità, ma che paghiamo comunque a peso d’oro.
Oltre il danno la beffa.
Ma è possibile che la politica permetta la distruzione del made in italy e il fallimento dei nostri produttori a vantaggio degli interessi di paesi stranieri? Forse ce lo chiede l’ Europa….
Allora perchè non fare una legge che impone l’inserimento della provenienza di prodotti e materie prime sulle etichette , in modo da rendere consapevoli i consumatori di ciò che stanno acquistando?
Forse perchè in questo modo gli italiani acquisterebbero solo prodotti realmente made in Italy, risollevando le sorti di agricoltori e produttori italiani. Forse è proprio questo che non vuole l’ Europa….

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Le cose che non vi vogliono far sapere: il “Metodo Di Bella” è la seconda cura antitumorale in Italia. E sapete come mai, visto il silenzio più assoluto che la circonda? Perché funziona !



Era condannata da un tumore al seno, grazie alla cura Di Bella è tornata a casa sana, contro ogni prognosi infausta della scienza ufficiale.
A quindici anni, quasi, dalla fine della sperimentazione, il «Metodo Di Bella» è diventato – così spiega l’avvocato Gianluca Ottaviano che oggi segue alcuni pazienti Stamina – la seconda cura antitumorale del Paese».
La prima è quella erogata dal servizio sanitario nazionale.
L’altra quella che Giuseppe Di Bella, figlio di quel medico che, alla fine degli Anni 90, riuscì ad ottenere la sperimentazione della sua terapia anticancro – somministrata da anni nel suo studio di via Marconi, centro di Bologna.
Sono circa tremila le persone curate in questi anni, diverse le patologie, diversi gli esiti.
«Gente ormai al quarto stadio, quelli che già respirano il fiato della morte» dicono a Bologna e Giuseppe di Bella li riceve e con tutti inizia il protocollo con i famaci di sempre, quelli che usava suo padre: somatostotina, vitamine, melatonina e molto altro.
L’unico problema sono i soldi, i pazienti devono pagare tutto dio tasca propria e alcuni non possono permetterselo.
Eppure ci sono sentenze che impongono le Asl di farsi carico delle cure.
I giudici si basano sugli esiti delle perizie dei Ctu (i consulenti) che se notano una regressione della malattia, o una stabilizzazione dicono: «L’Asl deve pagare le cure già fatte e quelle che verranno».
E le cure costano parecchio, circa duemila euro al mese di farmaci, mentre i consulti non si pagano.
«Paghi la prima visita e poi basta, anche se lui ti vede e ti rivede decine di volte» dicono i pazienti di Giuseppe Di Bella.

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L’impossibile esiste: scoperto un fondamentale collegamento tra cervello e sistema immunitario

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Uno studio condotto da ricercatori della University of Virginia School of Medicine, negli USA, ha determinato, dopo meticolose ricerche durate anni, che il cervello è direttamente collegato al sistema immunitario tramite vasi linfatici che si pensava non esistessero. Si tratta di una scoperta sensazionale che ribalta decenni di insegnamenti e di teorie apprese da ogni libro di medicina.

È sorprendente che proprio tali vasi linfatici siano sfuggiti ad occhi attenti e brillanti di migliaia di ricercatori e medici dato che il sistema linfatico è stato mappato in tutto il corpo in ogni singolo dettaglio, ma il vero significato della scoperta risiede negli effetti che questa potrebbe avere sullo studio e sul trattamento delle malattie neurologiche, spaziando dall’autismo al morbo di Alzheimer fino alla sclerosi multipla.


Una scoperta sensazionale

Anziché porsi interrogativi quali: ‘Come si studia la risposta immunitaria del cervello?‘, ‘Perché pazienti con sclerosi multipla presentano diversi attacchi al sistema immunitario?‘, ora possiamo avvicinarci meccanicamente e realmente al problema perché il cervello è, come ogni altro tessuto, collegato al sistema immunitario periferico attraverso i vasi linfatici meningei – ha affermato Jonathan Kipnis, professore del Dipartimento UVA di Neuroscienze e direttore presso ilCenter for Brain Immunology and Glia (BIG) dell’Università della Virginia.


Jonathan Kipnis, Ph.D. – Professor of Neuroscience Director, Center for Brain Immunology and Glia

Cambia completamente il modo in cui percepiamo l’interazione neuro-immunitaria. Abbiamo sempre percepito questo collegamento tra sistema nervoso e sistema immunitario come qualcosa di esoterico, che non potesse essere studiato. Ma ora siamo in grado di porre domande più meccanicistiche.

Noi crediamo che questi vasi linfatici possano svolgere un ruolo importante per ogni malattia neurologica con una componente immune; sarebbe difficile immaginare che questi vasi linfatici non abbiano connessioni con malattie neurologiche di natura immunologica!




Il risultato e le nuove prospettive ‘molto ben nascoste’

Kevin Lee, presidente del Dipartimento di Neuroscienze UVA, ha descritto la sua reazione alla scoperta del team di Kipnis:


Kevin Lee

La prima volta che questi ragazzi mi hanno mostrato il risultato di base, ho subito detto una frase: Dovranno cambiare i libri di testo. Non è mai esistito un sistema linfatico per il sistema nervoso centrale. È risultato molto chiaro fin dalla prima particolare osservazione – e a partire da quella, i ricercatori hanno svolto molti studi per sostenere i risultati – che cambierà radicalmente il modo di guardare il rapporto tra sistema nervoso centrale con il sistema immunitario.

La scoperta è stata resa possibile grazie al lavoro svolto da Antoine Louveau, un borsista post-dottorato nel laboratorio di Kipnis. I vasi linfatici sono stati rilevati dopo che Louveau ha sviluppato un metodo per ricostruire le meningi di un topo in un singolo vetrino in modo da poter essere esaminato globalmente.




Antoine Louveau

E’ stato abbastanza facile, in realtà. C’è un trucco: abbiamo fissato le meningi nella calotta cranica, in modo che il tessuto rimanesse nella sua condizione fisiologica, e quindi abbiamo sezionato l’area che ci interessava. Se avessimo fatto il contrario, non avrebbe funzionato.



Dopo aver notato che i modelli dei vasi linfatici sul suo vetrino avevano la stessa distribuzione di cellule come nel sistema immunitario, li ha confrontati e avvisato Kipnis. L’impossibile esisteva. Louveau ricorda il momento dicendo:


Ho chiamato Jony (Kipnis) invitandolo a guardare al microscopio e ho detto: “Penso che abbiamo qualcosa”

Kipnis ha descritto questi vasi linfatici come “molto ben nascosti” in quanto sono riusciti a non essere notati per così tanto tempo. Ha inoltre osservato che questi vasi, dopo essere stati “fotografati” tramite tecniche di imaging, seguono un importante vaso sanguigno verso le cavità sinusali, un’area molto difficile da visualizzare in quanto si trova nelle ossa del viso ed è connessa con le cavità nasali.


Quest’area è così vicina ai vasi sanguigni che si perde facilmente di vista. – ha aggiunto l’esperto – Se non sai cosa stai cercando, la perdi.

Il lavoro di imaging, molto importante per l’intero studio, è stato reso possibile grazie alla collaborazione con Tajie Harris, ricercatore, assistente del professore di neuroscienze e membro attivo del centro di BIG. Kipnis ha anche elogiato le “fenomenali” capacità chirurgiche di Igor Smirnov, un socio di ricerca nel laboratorio Kipnis il cui lavoro è stato fondamentale per il successo di imaging dello studio.




Alzheimer, autismo, sclerosi multipla e oltre

Ed ora l’ inaspettata identificazione dei vasi linfatici solleva un enorme numero di domande sia sul funzionamento del cervello che alle malattie ad esso collegato che lo affliggono, come ad esempio il morbo di Alzheimer.


Nell’Alzheimer, si verificano accumuli di grandi blocchi di proteine – ha detto Kipnis. Riteniamo che tali blocchi si accumulino nel cervello a causa del fatto che non vengono rimossi in maniera efficace da questi vasi sanguigni.

Egli ha osservato, inoltre, che questi vasi cambiano aspetto all’aumentare dell’età dell’individuo, dunque il ruolo che essi giocano nella fase dell’invecchiamento rappresenta un’altra strada da esplorare.

Altre malattie verso le quali bisogna rivolgere l’attenzione, in luce dei risultati ottenuti, sono l’autismo e la sclerosi multipla. I risultati sono stati pubblicati on line dalla prestigiosa rivista Nature e appariranno in una prossima edizione di stampa.


Approfondimenti:

University of Virginia, Health System

Kipnis J et al. Structural and functional features of central nervous system lymphatic vessels. Nature, Published Online June 1 2015. doi: 10.1038/nature14432
Fonte: neuroscientistnews.com tratto da ingegneriabiomedica.org

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"Chemioterapia può nuocere fino a metà pazienti", l'allarme su Lancet!

Chemioterapia può nuocere fino a metà pazienti, l'allarme su Lancet
I pazienti dovrebbero sempre essere avvertiti sui pericoli legati alla chemioterapia, suggerisce una ricerca pubblicata su 'Lancet Oncology', secondo cui i farmaci contro il cancro possono nuocere gravemente fino al 50% dei pazienti. Per la prima volta i ricercatori hanno esaminato il numero di malati deceduti entro 30 giorni dall'inizio della chemioterapia, cosa che indica che i medicinali hanno provocato la loro morte, piuttosto che il cancro.
Lo studio inglese, firmato Public Health England e Cancer Research Uk, ha esaminato più di 23.000 donne con cancro al seno e circa 10.000 uomini con carcinoma polmonare non a piccole cellule: 9.634 sono stati sottoposti a chemioterapia nel 2014 e 1.383 sono morti entro 30 giorni. L'indagine ha rilevato che in Inghilterra circa l'8,4% dei pazienti con cancro del polmone e il 2,4% di quelli affetti da tumore del seno sono deceduti entro un mese dall'avvio del trattamento. Ma in alcuni ospedali la percentuale è di molto superiore alla media riscontrata.
Ad esempio, in quello di Milton Keynes il tasso di mortalità per chemioterapia contro il carcinoma polmonare è risultata addirittura del 50,9%, anche se la statistica si basa su un piccolo numero di pazienti. Al Lancashire Teaching Hospitals il tasso di mortalità a 30 giorni è risultato del 28%. Tassi più alti della media anche nei nosocomi di Blackpool, Coventry, Derby, South Tyneside, del Surrey e del Sussex. Gli esperti avvertono: "Si tratta di farmaci potenti, con effetti collaterali significativi, e spesso ottenere il giusto equilibrio fra un trattamento aggressivo e la salute del paziente può essere difficile".
"A quegli ospedali i cui tassi di morte sono al di fuori della media attesa - sottolineano - si chiederà di rivedere le loro pratiche. E' comunque importante rendere i pazienti consapevoli che ci sono potenziali rischi di vita legati alla chemioterapia. E i medici devono essere più attenti alla selezione dei pazienti, dato che ci sono differenze significative in termini di sopravvivenza per le persone anziane e per i pazienti in generali cattive condizioni di salute, al netto della neoplasia". Fonte: http://www.adnkronos.com/salute/medicina/2016/08/31/chemioterapia-puo-nuocere-fino-meta-pazienti-allarme-lancet_QRDRRMeDk2xKgUb4pRQx5J.html?refresh_ce

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